Mi scusi, ma che significa esattamente "smart"?

 

 

 

 

La tecnologia per ripartire dall'individuo

Intervista a Roberto Masiero (IUAV)

Ma, alla fine, che cosa significa esattamente "smart"? La parola d’importazione più diffusa del momento è ormai un bollino-prezzemolo. Invasiva e ossessiva, appiccicata su cellulari, tablet ed elettrodomestici,risuona dappertutto fino ad inglobare anche le città.

Molti la evocano, in chiave quasi salvifica, qualcuno la snobba o la evita. Resta, tuttavia, qualche dubbio sulla consapevolezza della reale portata di questo fenomeno che, c’è da scommetterci, è destinato a durare per molti anni. Per avere qualche lume, ne parliamo con Roberto Masiero, docente all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia e presidente della Fondazione Francesco Fabbri. Insieme ad Aldo Bonomi, noto sociologo fondatore dell’istituto di ricerca AASTER, ha scritto un interessante volume, “Dalla smart city alla smart land” (Marsilio, 2014).

     Professor Masiero, cosa c’è di nuovo nel termine “smart”? Non bastava dire che è un sinonimo della tecnologia che si afferma dappertutto?

Sarebbe un errore pensarlo. “Smart” non è la tecnologia in sé, quanto l’opportunità che essa offre di ripensare e progettare in forme nuove qualsiasi aspetto della nostra vita. Il mondo smart, in fondo, è questo: la possibilità che ci offrono le tecnologie digitali di cogliere le infinite soluzioni possibili per migliorare la qualità della vita di noi stessi e delle nostre comunità.

     Il tema, quindi, non è possedere la tecnologia, quanto saper cogliere le relazioni…

Esattamente. La rivoluzione digitale ha permesso di recuperare quella che Barry Commoner afferma essere la prima legge dell’ecologia, ovvero che ogni cosa è connessa con qualsiasi altra. Questo approccio sistemico ha delle conseguenze sorprendenti: è esattamente il percorso inverso compiuto negli ultimi secoli dalla scienza e dall’economia, che hanno separato nettamente la teoria dalla prassi, hanno diviso i saperi e hanno costruito professioni ben delineate. Poi è arrivata la stampante 3D…

     E cioè?

Ovviamente è un piccolo esempio paradossale. Vede, noi proveniamo dal modo di produzione industriale, dove il prezzo di una merce si calcola sommando meccanicamente i costi di produzione, e l’obiettivo è standardizzare i processi per abbassare i costi. Nell’era digitale, invece, succede che io acquisto una stampante 3D e realizzo prodotti che costano un decimo di quello che li pagavo prima. Capisce? Cambia tutto. I makers, che combinano l’artigianato con le nuove tecnologie, hanno eliminato ogni distanza tra progettazione e realizzazione di un prodotto o di un servizio. E’ una rivoluzione.

     Sta dicendo che la logica smart è contraria alla globalizzazione?

Giudichi lei. Pur essendo per sua natura transnazionale, il mondo digitale è molto più fluido: nasce dal basso, esalta l’unicità, promuove la cooperazione, si arricchisce della 

differenza, ... Anche questa è una conferma che essere smart è, prima che una questione tecnica, un atteggiamento mentale.

     E’ una speranza per il talento di ciascuno, allora.

Assolutamente sì. Direi che è la riscossa della differenza dopo stagioni di omologazione. E, qui, il nostro Paese ha molto da dire, se sfrutta la sua storica capacità manifatturiera di aggiungere qualità al prodotto, in un continuo processo di adattamento alle trasformazioni. Le logiche smart lanciano un messaggio chiaro ai giovani: se volete avere un futuro, abbandonate la vecchia sequenza “laurea-posto fisso-imparare un mestiere” e scommettete sulle nuove tecnologie, che permettono di esprimervi al meglio lì dove siete e di farvi conoscere al massimo, grazie alla rete.

     Se il singolo viene valorizzato, qual è il ruolo della comunità?

Ha un ruolo cruciale. Prendiamo la smart city: lo scopo ultimo che si propone è favorire un benessere che, prima di essere esperienza soggettiva, è un contesto sociale, economico e ambientale. Nelle comunità smart i cittadini sperimentano un’identità collettiva, partecipano attivamente e gestiscono insieme le risorse. Le politiche europee, del resto, sono già orientate in questa direzione: i programmi di finanziamento non sono più rivolti agli Stati-nazione, quanto alle smart communities, territori che si autoorganizzano per essere coesi e sostenibili all’interno, e più competitivi nel mercato globale.

     Qui tocchiamo un tema molto delicato, ovvero come cambia la democrazia...

 

La posta in gioco del mondo smart è un modo differente di concepire la politica, che deve privilegiare forme di rappresentanza inedite, diffuse e partecipate. E’ chiaro che in tutto questo ci sono dei rischi. Chi si attarda a riconoscere il digitale, però, non perde solo opportunità concrete, ma commette un grave errore politico, perché non governa i cambiamenti epocali in atto, volenti o nolenti. E, mi creda, non serve fare cose straordinarie o impossibili. La smart land di cui parlo è un ambito territoriale inclusivo che scommette sul futuro valorizzando la coesione sociale, la diffusione della conoscenza e la creatività, migliorando la qualità del paesaggio e la vita dei propri cittadini. Sfruttando, naturalmente, le infinite possibilità che ci offre la tecnologia.



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Simone Mazzata, Intervista a Roberto Masiero (Giornale di Brescia, 19 giugno 2014)
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