Luigina Mortari: Ognuno è ciò di cui si cura

 

 

 

Aver cura dell'altro è vitale per gli esseri umani

“Ognuno è quello che fa e di cui si cura”, diceva Heidegger con un sano pragmatismo. Che non si ferma, però, a una contabilità autoreferenziale e calvinistica del “fare” (più fai e meglio sei), ma che si apre alla disponibilità che manifestiamo all’altro che ha bisogno di noi. 

Un altro – come canterebbe Battiato - da proteggere dalle paure e dalle ipocondrie da sollevare da dolori e sbalzi d’umore, percorrendo insieme le vie che portano all’essenza.

Ecco perché l’immagine più alta e immediata dell’aver cura, nella sua naturalezza ed esclusività, è la relazione madre-figlio. Eppure, essa è un tratto fondamentale in ogni fase della nostra esistenza, anche se è poco indagata dagli studiosi. A cogliere questa lacuna ci ha pensato Luigina Mortari, direttore del Dipartimento di filosofia, pedagogia e psicologia dell’Università di Verona. Il suo volume – denso, complesso e prezioso, va detto - Filosofia della cura (Raffaello Cortina editore, 2015, pp.225, € 19), analizza il concetto di cura, attingendo al pensiero antico greco e alla filosofia del ‘900, e, soprattutto, filtrato dalle proprie esperienze personali: banchi di scuola elementare, aule universitarie o corsie di ospedale, dove incontra, e forma, infermieri ed ostetriche.

Professoressa Mortari, perché, come lei afferma, anche nel più perfetto dei mondi ci sarebbe comunque bisogno di cura?

Perché la natura umana ci rende continuamente dipendenti da altri. Da quando l’essere nasce siamo fragili, nel senso che siamo soli e non siamo sovrani della nostra esistenza. Ma siamo anche vulnerabili, in quanto dipendiamo dagli altri e non siamo già interi e compiuti. Siamo una materia porosa che assorbe l’essere dell’altro. La stessa cura materna non si ferma solo a soddisfare i bisogni immediati del bimbo, quanto a offrire esperienze affinché egli possa crescere e fiorire in tutte le sue dimensioni.

Quindi il tema della relazionalità è centrale…

Certo. La relazione è la struttura matriciale dell’essere, tanto più quando parliamo di cura, in cui accolgo o vengo accolto. La competenza relazionale è di valore primario per la vita.

La stessa cura di noi stessi, se ci riflette bene, ha a che fare con la relazione, perché se l’essenza della nostra esistenza è intimamente relazionale, allora la cura di sé è tutt’uno con l’aver cura degli altri. Le faccio presente, tra l’altro, che la parola amore, come ci ricorda Socrate, viene da penìa, che significa mancanza. E la mancanza si colma con la relazione…

Lei nel volume si concentra sulla cura delle persone, ma in realtà si può aver cura anche delle cose, no?

In questo volume mi sono focalizzata sugli esseri umani, perché avevo l’urgenza di comunicare che se non 

mettiamo al centro l’importanza della cura, viene meno l’essenza di tutte le azioni che facciamo. Inoltre, ho distinto il concetto di “aver cura” da quello di “prendersi cura” - dell’ambiente, degli animali, delle cose…. Vorrei tuttavia precisare che anche la cura delle nostre cose è la cura della vita. La vita materiale, con le cose di cui abbiamo bisogno, non è un livello degradato di vita, ma il nostro modo di essere, in quanto esseri incarnati.

Che cos’è allora, in buona sostanza, la cura?

Non è un sentimento e nemmeno un’idea. E’ una pratica mossa dall’intenzione di procurare beneficio all’altro. E’ un’azione: una parola o un silenzio, dei gesti o delle cose materiali, come un piatto di cibo a chi ha fame o una frase detta con gentilezza. Le infermiere mi dicono che è anche un “esserci”, e cioè far sentire all’altro che soffre che sei lì, accanto a lui e per lui. La cura è devozione e dedizione, reverenza e rispetto, comprensione e compassione. Qualsiasi volto abbia l’altro. Là dove la sofferenza può offuscare l’anima, la cura è la luce in fondo al tunnel.

E’ il pensiero del cuore?

 Esatto. Come direbbe Maria Zambrano, è un modo di ragionare che si nutre del sentire e che trasforma questo sentire in idee che sono vive. Vede, a differenza degli antichi – che sapevano che siamo un tutt’uno anima e corpo - noi abbiamo la tendenza a ragionare sempre in universi distinti, a vedere la cura come sentimento, piuttosto che la politica come razionalità, ecc... Io credo sia necessario il ritorno a una visione unitaria, dove tutto si tiene insieme e i ragionamenti che funzionano non sono solo logici, ma – per usare un’espressione di Edith Stein, sono i “ragionamenti del cuore”. Aver cura è prendersi a cuore, preoccuparsi, avere premura, dedicarsi a qualcosa. Dare senso.

In che senso, come lei afferma, la passione è l’energia necessaria per avviare processi di trasformazione…

Qui entra in gioco il tema del bene. Quando io dico “far stare bene”, la parola “bene” è il senso di tutto: solo se si cerca il bene qualcosa di buono accade. Non è una visione intellettualistica e funziona solo se è sostenuta da un grande desiderio di trascendenza, ovvero di andare oltre ciò che si è per ricercare una migliore qualità della vita. Spesso nei principali contesti formativi – nella scuola, nella sanità o nelle aziende – si pone particolare attenzione alle competenze tecniche, però c’è il problema fortissimo del desiderio, che è una leva straordinaria per il cambiamento e che, spesso, arriva più in là della migliore soluzione tecnica.



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Intervista a Luigina Mortari (pubblicata sul Giornale di Brescia il 14 marzo 2015)
GdB intervista a LUIGINA MORTARI 2015_03
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