Paolo Biagi: l'archeologo dei Popoli

 

 

Non cerco vasi o punte di freccia. Io cerco risposte

E' un cittadino del mondo, ma è un frutto della terra bresciana. che l'ha omaggiato di recente con il premio della brescianità, edizione 2015.

Paolo Biagi, archeologo di fama internazionale e docente all'Università Cà Foscari di Venezia, non ama apparire né tantomeno pontificare...

 

Ha una sua idea precisa di quello che accade e non indugia certo in convenevoli per esprimere quello che pensa.

   Professor Biagi, scorrendo la sua biografia vien da pensare che ha trascorso più tempo all’estero che a casa…

Faccio l’archeologo e nutro un interesse per la ricerca. Tutto qui.

   Nessuna nostalgia di casa, della sua Brescia, in giro per il mondo?

A Brescia non ci sto mai (ora abita a Gussago, ndr), frequento i Paesi islamici da quando ero studente, in Turchia. Se devo esser sincero, è in Oman, nella penisola arabica, che ho trascorso gli anni più belli. Allora non era ancora un posto turistico, il Paese era molto piacevole e il sultano, monarca assoluto, si è sempre comportato in maniera corretta con i sudditi.

   Che ricordi ha del Museo Civico di Scienze Naturali, di cui è stato conservatore?

Era l’unica struttura in Italia nata espressamente per diventare un museo, e non un edificio ricavato da altre funzioni, e c’era tanta voglia di fare. E molte cose le abbiamo fatte con grande entusiasmo. Io ho collaborato negli anni ’70 e dal 1978 all’81 sono stato Conservatore. Poi, quando io e un altro collega siamo stati chiamati a fare i docenti in università è stato lasciato andare... Un vero peccato. Non è colpa della città, intendiamoci, ma dell’amministrazione comunale di allora.

   Nella penisola arabica, invece, di cosa si è occupato?

Io mi interesso di pescatori preistorici lungo la costa settentrionale del Mar Arabico, le zone degli ittiofagi, cioè di quei popoli che utilizzavano il pesce come il pane. Si tratta di una civiltà di pescatori-raccoglitori di cui si hanno notizie fin dal 7000-5000 a.C., che fino alla Seconda guerra mondiale hanno mantenuto sostanzialmente gli stessi usi e costumi.

   Quali sono le scoperte più interessanti che ha portato alla luce?

Prima di tutto, deve sapere che io non mi occupo principalmente di ritrovare manufatti, come statue o monili. Il mio approccio all’archeologia è di tipo territoriale e cerco di risolvere quesiti relativi ad aspetti delle antiche civiltà rimasti irrisolti. Oltre all’antropizzazione costiera, di cui nessuno si era mai

 interessato, io mi sono occupato ad esempio di studiare i complessi minerari più grandi del mondo, il cui materiale litico veniva utilizzato dalla civiltà dell’Indo, la civiltà urbana più importante dell’età del bronzo.

   Come ha visto cambiare la società araba in questi anni?

Sono cambiate tante cose, ovviamente. La struttura sociale è totalmente differente da quella occidentale, eppure si è voluto imitare a tutti i costi l’Occidente. Il massimo di tutto questo - in senso orribile, intendo - io lo identifico con Dubai.

   Lei ha avuto degli importanti riconoscimenti per il suo lavoro nel mondo arabo...

Sì. Tenga presente che in Pakistan ho trascorso 28 anni! E mi sono sempre sentito a casa. Nel 1999 l'Università Shah Abdul Latif, attraverso il Governatore del Sindh (una delle province del Pakistan), mi ha conferito una medaglia d’oro. Mentre alla Quaid-I-Azam University di Islamabad seguo gli studenti per le tesi di laurea.

   Nell’area balcanica, altro focus dei suoi studi, le hanno conferito una Laurea honoris causa in Ucraina, all’Università Mechnikov di Odessa. Non credo molti italiani abbiamo ricevuto questo riconoscimento…

(ride) No, è vero. Sono l’unico. Ma guardi che Odessa, fino a 150 anni fa, è stata una città italiana, grazie al commercio sul Mar Nero, con una forte presenza di marinai, artisti e uomini d’affari. Lo sapeva, ad esempio, che la canzone napoletana “O sole mio”, è stata scritta lì?

   Qual è il sogno che le manca?

Poter vivere in un Paese civile, ma sono deluso. Le possibilità di svolgere un lavoro di buon livello e con un ambiente accettabile in Italia non ci sono, mentre si trovano in Germania e nei Paesi scandinavi.

   Ai giovani, ai quali ha dedicato molte energie, cosa si sente di dire oggi?

Purtroppo mi sento di dire loro di andare all’estero, se intendono svolgere attività innovative e all’avanguardia.

Ogni tanto, sento dire che bisogna favorire il “ritorno dei cervelli”. Ma noi oggi, purtroppo, non siamo più competitivi, non si è voluto investire nella ricerca, a parte pochi centri di eccellenza. Figuriamoci se un giovane di talento è disponibile a rientrare in Italia con uno stipendio che, rispetto all’estero, è meno della metà! Ma qui deve intervenire la politica.



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Simone Mazzata, intervista a Paolo Biagi (pubblicata sul Giornale di Brescia il 29 marzo 2015)
GdB intervista a PAOLO BIAGI 2015_03_29.
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