Giorgio Nebbia: agricoltura ecologica per una vita felice

 

L'agricoltura ecologica, contro sprechi e ingiustizie

 

Giorgio Nebbia è considerato un patriarca, uno da cui non puoi prescindere quando parli di ambiente e tecnologie. Il suo modo di concepire l’ecologia ha fatto scuola: un amore per la natura che si è manifestato in una costante e mai placata curiosità scientifica nell’indagare le merci, come si producono e distribuiscono, e dove vanno a finire gli scarti. La storia naturale degli oggetti, come usa dire.

L’agricoltura, in questo universo della merceologia, ha un posto centrale, perché da essa deriva il cibo, nutrimento per tutti...

   Professore, possiamo dire che il cibo è lo snodo per comprendere l’avventura umana, in cui si intrecciano aspetti ambientali, economici, sociali e culturali?

Io direi di più. Il cibo è la vita, da cui nascono diritti e il valore stesso della sua produzione. Pensi alla fisicità, bellissima, di trasformare l’energia del sole in vegetali, poi in animali e poi ancora in beni…. Dal contadino dipende tutto.

   Già, ma fino a poco tempo fa l’agricoltura sembrava morta…

Sì, se ragioniamo sul piano degli addetti. Nelle statistiche veniva chiamato “settore primario” e una volta vi lavorava il 70% degli occupati. Poi è crollata, un po’ per la meccanizzazione che ha ridotto la manodopera, e un po’ anche per ragioni di costume: la parola “contadino” non era più attraente e una fanciulla preferiva sposare un ragioniere piuttosto che un agricoltore.

   Ora invece agricoltura, cibo e alimentazione sono tornati al centro dell’attenzione e del dibattito, basti solo citare Expo…

Il motivo è chiaro: ci sono in gioco conflitti di interesse, che rimandano a differenti concezioni della vita e della società. Un tempo l’agricoltura era quella dei contadini, poi è diventata un reparto dell’industria, promettendo di risolvere i bisogni fondamentali dell’individuo grazie alla chimica e alla meccanica. Infine, è diventata “tecnico-scientifica”, basata su biotecnologia e genetica, dove ormai la campagna è solo uno spazio in cui interagiscono centri di ricerca, aziende chimiche e farmaceutiche, Stati e organismi sovranazionali e dove si fanno speculazioni sulle derrate e si privatizza e commercializza ogni risorsa naturale (e umana).

   Quali sono le promesse non mantenute dell’agricoltura industriale?

E’ insostenibile per l’ambiente, perché sperpera risorse non rinnovabili e attacca pesantemente varietà e vitalità degli ecosistemi e dei paesaggi. Produce alimenti di bassa qualità, minando la ricchezza delle tradizioni alimentari locali, fomenta conflitti, toglie posti di lavoro e moltiplica i lavori semischiavili, diffonde la cultura dello spreco e del consumo senza qualità e consapevolezza. Produce diseguaglianze sociali, mentre sono ancora in corso ricerche per verificarne l’impatto sulla salute umana. E’ una macchina formidabile che riproduce una struttura di spreco e di ingiustizia, perché è orientata solo dalla logica del profitto.

   E allora che si fa?

E’ necessaria una conversione ecologica dell’economia e della società, partendo da agricoltura e alimentazione,

evitando però errori e luoghi comuni. Uno di questi è il fondamentalismo ecologico, che si salda con l’assolutismo tecnologico: in entrambi i casi, in nome della Natura o della Tecnica non c’è posto per l’uomo. Poi va detto che il mondo contadino non è mai stato eterno e immutabile, ma implicato nella dinamica storica: non un passato da archiviare o da evocare sentimentalmente, ma una dimensione rilevante del presente. Infine, l’egemonia culturale dell’industrialismo si è incrinata, ma occorre esser sinceri: non si è ancora affermato un paradigma alternativo.

   

E l’agricoltura “biologica”?

E’ nata come reazione all’agricoltura industriale e sta conseguendo grandi successi, in certi casi, superiori alle produzioni ad alta intensità di additivi chimici e OGM. È cresciuta la consapevolezza dei consumatori e aumentata l’attenzione degli operatori, anche della grande distribuzione e addirittura della finanza. L’importante è che non diventi un ennesimo volto dell’agricoltura industriale, in cui tutti i fagioli devono essere uguali e belli, o che non venga manipolata da chi ha altri interessi…

   Qual è l’agricoltura a cui pensa?

Quella di cui si parla nel “Manifesto di Brescia”, che verrà presentato al convegno di Rodengo Saiano. Un’agricoltura ecologica, che raccolga e superi sia quella contadina sia quella industriale, che accolga gli esiti migliori della ricerca scientifica, ispirata alla salute e dignità dei viventi, e i saperi del mondo contadino. Penso alla creazione, a partire da una tradizione agronomica scientifica dell’agricoltura biologica italiana, di un sistema agro-alimentare ecologico, alternativo a quello industriale e finanziario, dove agricoltori, trasformatori, distributori, consumatori non agiscono in competizione gli uni contro gli altri solo per interessi monetari, ma in cooperazione per finalità fondamentalmente economico-ecologiche. E’ una transizione in cui è fondamentale il ruolo dei giovani e delle donne, come all’origine delle agricolture contadine.

   Che vantaggi ci porterà l’agricoltura ecologica?

Una volta che sarà diffusa, svolgerà un ruolo di rigenerazione sui piani economico e sociale, ecologico, culturale e spirituale, perché rimetterà al centro dell’operare umano tre valori: il saper fare e la manualità, il tempo e l’attesa, il silenzio e l’otium come opportunità di conoscenza e capacità di godere la vita senza consumarla. Lavoro, lentezza e silenzio ci permetteranno di avere più ricchezza e una vita felice.



CHI E' GIORGIO NEBBIA (per una lettura "bresciana")

Giorgio Nebbia, bolognese di nascita (nel 1926), dopo la laurea in chimica trascorre 40 anni della sua vita professionale a Bari, dove insegna Merceologia nella Facoltà di Economia e colleziona altre 3 lauree honoris causa per i suoi monumentali studi sull’analisi del ciclo delle merci e dell’ecologia, con un’esperienza politica, tra l’83 e il ’92, nella Camera e nel Senato della Repubblica.

Brescia sembra lontana, geograficamente, ma la distanza si fa sempre più breve, fino ad azzerarsi, complice un legame d’amore, che dura ancor oggi. Gabriella, sua moglie e compagna di una vita, scomparsa pochi anni fa, è bresciana. Prima fidanzati, poi sposati, poi la casa in corso Zanardelli e la nascita del figlio: Brescia è il teatro dei principali eventi della famiglia Nebbia.

   Gabriella Menozzi, impegnata in un’indagine storica di epoca napoleonica sul Dipartimento Mella, accende l’interesse di Giorgio anche per la storia dell’industria a Brescia, che non lascerà mai più. Pur muovendosi in un orizzonte molto ampio sul piano storico e geografico - dato che i suoi studi sono rivolti ai commerci - il microcosmo bresciano lo affascina come verifica sul campo, non tanto per la storia dell’economia, quanto per le evoluzioni tecnologiche, che trovano nel nostro territorio, ricco di fiumi e di conseguente forza idraulica, una sintesi unica e riconosciuta a livello internazionale.

   Poi, a 70 anni, Giorgio Nebbia va in pensione. Come lui stesso mi racconta, nel corso della vita ha accumulato montagne di carte di qualsiasi natura e si pone a quel punto il problema di cosa farne, sapendo che le strade sono sostanzialmente due: “o si lasciano agli eredi, che potrebbero farne un falò – ridacchia simpaticamente - o si affidano a qualcuno che se ne prenda cura”. La scelta è già fatta, ovviamente. Ma a chi consegnare tutta quella roba? Così, dopo tanto pensare e cercare, il professore fa la proposta a Pier Paolo Poggio, uno studioso di prim’ordine, collaboratore di Luigi Micheletti, che dirige tuttora a Brescia la Fondazione Micheletti e il Museo dell’Industria e del Lavoro (MUSIL), gioiello unico in Italia. La Fondazione accetta: alcuni camion – non in senso figurato – prelevano quei documenti a Bari e a Roma, dove ormai vive, e vanno a riempire 600 metri lineari di scaffali nel Centro per la storia dell’Ambiente. Scritti, lettere, appunti, pubblicazioni sull’analisi del ciclo delle merci e l’utilizzo delle risorse naturali e documenti, in molti casi unici, sui lavori delle conferenze internazionali e delle commissioni a cui Nebbia ha partecipato, tra cui alcune commissioni vaticane negli anni ‘70. Di particolare interesse la sezione sull’utilizzo dell’energia solare e sulla dissalazione dell’acqua di mare. “Ho realizzato alcune apparecchiature con le mie mani – mi segnala orgoglioso – per ottenere acqua dolce dal mare, attraverso l’utilizzo dell’energia solare.” La vita di Giorgio Nebbia è custodita nell’archivio “Giorgio e Gabriella Nebbia” della Fondazione Micheletti.

   L’amore per Brescia durerà per sempre.


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Intervista a Giorgio Nebbia (pubblicato sul Giornale di Brescia il 19 aprile 2015)
Per la prima volta a Brescia, un'intervista a Giorgio Nebbia, insieme a una lettura "bresciana" della sua biografia.
GdB intervista a GIORGIO NEBBIA 2015_04_
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