Se l'uomo torna a controllare le macchine...

 Stain: manufactoring 2.0

 

C'era una volta l'automazione industriale, dove macchine nuove mosse da software venivano inserite nei processi produttivi, migliorando quantità e qualità della produzione e abbassando i costi.

Poi, complici l'evoluzione della tecnologia e il mercato globale, si è intuito che anche le macchine andavano conosciute bene, capite e controllate. E' così che nasce la "fabbrica digitale"...

..., di cui si è parlato al Museo delle Mille Miglia (BS), in una sala affollata e un’altra in collegamento video.

   L’iniziativa è stata promossa da Stain, società leader di soluzioni informatiche per il settore manifatturiero, che ha convocato per il suo 25° compleanno un parterre di relatori molto speciali. Nella Brescia punto di riferimento internazionale per la lavorazione dei metalli, hanno parlato i protagonisti della “fabbrica digitale”: imprenditori e manager che hanno modificato, in senso digitale, i processi produttivi, ottenendo importanti risultati concreti.

  La tavola rotonda, moderata da Enrico Pagliarini (Sole 24 ore), è stata aperta da Paolo Streparava (AIB), che rimarca la necessità, per guadagnare competitività, di non contrastare lo “spettro” innovazione, quando di conoscerla e piegarla alle strategie d’impresa. L’introduzione, curata da un emozionato Claudio Morbi, AD di Stain, ricorda che la fabbrica digitale nasce alla fine degli anni ’80, quando i principali player dei settori metal (fonderie, acciaierie, trafilerie, tubifici) e manufactoring a ciclo discreto (automotive, rubinetterie, pressofusioni, stampaggio plastica, officine meccaniche) chiedono di comprendere nei dettagli il funzionamento delle macchine comandate da software e, soprattutto, di poter avere dei dati in tempo reale. I dati disponibili, infatti, come ha ricordato Francesco Rossi (Meadwestvaco), arrivavano dopo alcune ore.

   L’esigenza invece qui era chiara: in un mercato che si sposta dai volumi alla qualità, per salvaguardare i margini, servono processi sempre molto efficienti e vengono realizzati specifici software (in gergo li chiamano MES, ndr) che consentono un controllo vero e proprio delle macchine, grazie a informazioni certe e precise che viaggiano alla stessa velocità del prodotto, perché questi dati sono la lente

grazie a informazioni certe e precise che viaggiano alla stessa velocità del prodotto, perché questi dati sono la lente che consente di vedere i costi occulti della produzione, della logistica e della qualità. Piccole gocce, i costi occulti, che, rilevati dai software Stain, per usare un’efficace metafora di Riccardo Trichilo (Beretta), colpiscono a monte i potenziali disagi, prima che divengano una valanga che si ingrossa e scende verso valle.

   Morbi ha un vantaggio rispetto ai competitors gestionali: viene dall’automazione industriale, “dalle macchine” e parla una lingua molto vicina agli operatori sul campo. Questo approccio che mette al centro la produzione e gli operatori piace molto agli imprenditori, come ha rimarcato Giuseppe Pasini (Feralpi holding). Non basta, infatti, qualche Pc o software nei reparti per ottenere dei risultati, sottolinea Francesco Uberto (ASO), quanto un percorso complessivo di digitalizzazione che “si distingua per la capacità di analisi approfondita e integrata dei processi”, secondo le parole di Ferruccio Gnutti (Gruppo Eredi Gnutti Metalli). Stiamo parlando di un software che, in realtà, impatta complessivamente sull’organizzazione e nell’operatività quotidiana, precisa Antonio Longhi (Italfond), e proprio lì entra in gioco la capacità di Stain di gestire, insieme all’azienda, delicati processi di cambiamento, che toccano anche questioni di ricambio generazionale, come ha ricordato Stefano Patelli (Brawo).

   Il cambiamento, si sa, ha una portata dirompente. Ma la strada percorsa dall’ing.Morbi di Stain – che, secondo l’opinione di Bruno Bertagna (TRW Automotive Italia), ha permesso di avere uno dei prodotti “più performanti sul mercato” - testimonia che, se gestita con consapevolezza e gradualità, la via verso la “fabbrica digitale” è una grande opportunità per lavorare meglio tutti, riconfermando ancora le persone al centro dei processi di innovazione.



CHI è STAIN (e il suo papà Claudio Morbi)


Stain sta per Sviluppo Tecnico Automazione INdustriale: è la fine degli anni ’80 e l’ing.Claudio Morbi progetta hardware e software per muovere macchine nel manifatturiero. Poi la svolta, anticipando i competitors: è fondamentale misurare le prestazioni delle macchine, infilandosi tra le pieghe dei processi di produzione per analizzarli e ridurre i costi occulti. Stain acquisisce prestigiosi clienti, contribuendo ad abbassare i costi anche di percentuali a due cifre decimali. Negli anni della crisi l’azienda di Sant’Eufemia cresce a ritmi costanti del 7% annui. Non c’è la smania di crescere troppo, quanto di controllare i processi e soprattutto di seguire in modo costante i clienti (nessuno se ne è mai andato via). Ora, dopo 25 anni, Stain, società autenticamente bresciana, è leader in Italia. Il segreto? “Mio padre è tuttora contadino – afferma orgoglioso Morbi – e mi ha insegnato che la terra va coltivata con amore, pazienza e concretezza”.


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Ecco perché serve la Fabbrica digitale (pubblicato sul Giornale di Brescia il 19/06/15)
GdB 25° Stain 2015_06_19.pdf
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