Marianella Sclavi: La "buona" scuola e i mobili da spostare

 

 

 

 Parte la scuola. Con le speranze e i disincanti, le potenzialità generative ed educative, gli anacronismi e i freni a mano al cambiamento. Ne abbiamo parlato con Marianella Sclavi, grande esperta di ascolto e gestione creativa dei conflitti e da poco in libreria con il volume "La scuola e l'arte di ascoltare".

   

     Professoressa Sclavi, da dove ri-parte la scuola italiana?

Da un sistema bloccato, nella gestione degli spazi, nell’organizzazione e soprattutto nell’incapacità di registrare che è cambiato il mondo e i soggetti che la frequentano. E’ un sistema che invita all’inerzia e alla passività. Mortale. Dove tutti sono infelici.

 Non esagera in questa lettura pessimista?

Prender atto della drammaticità potrebbe essere la leva migliore per cambiare. Altrimenti si continua a usare il solito alibi: “Non va poi così male, quindi…”

     E invece, come dovrebbe essere la scuola?

Un luogo “felice”, dove le persone si incontrano, lavorano e studiano volentieri e in modo fruttuoso, dove il tempo è diviso equamente in tre parti: attività del singolo, lavori in piccoli gruppi e lezioni frontali. Questo è l’abc. Un po’ come la piadina romagnola (metafora usata nel libro, ndr): servono farina (ascolto attivo), acqua (gestione creativa dei conflitti, confronto creativo) e sale q.b. (un pizzico di umorismo). E invece si chiacchiera, ma niente piadina.

     Partiamo allora dall’ascolto attivo, che cos’è?

E’ l’atteggiamento fondamentale per poter nuotare nella complessità, ci fa resistere all’urgenza classificatoria e diventare esploratore di mondi possibili. L’ascolto attivo ci fa uscire dal mondo a somma zero ed entrare in quello a somma positiva, dove il riconoscere la legittimità e i fondamenti delle ragioni dell’altro (opposte alle nostre o antagoniste) ci fa più intelligenti e capaci di inventare soluzioni di mutuo gradimento.

     La scuola non ascolta, allora?

No. A parte alcune eccezioni, non c’è nulla nell’educazione scolastica che alleni i giovani a diventare persone in grado di gestire in modo creativo una pluralità di contrapposizioni, a trasformare la diversità in risorsa collettiva e ad agire come cittadini attivi. L’insegnamento impartito è esattamente l’opposto: “fai come ti viene detto”, che favorisce la ribellione e non l’innovazione. Perché, diciamo la verità: non lo sanno fare nemmeno gli insegnanti tra di loro!

     Cosa significa oggi ascoltare i giovani?

Entrare nella vita scolastica di un adolescente significa partecipare alla narrazione della sua vita, che è fatta prima di tutto di bisogno di relazioni e di emozioni; poi viene lo studio. Il problema è che i ragazzi non sanno leggere le emozioni proprie e degli altri e hanno un’esigenza vitale di relazioni, ma la scuola lascia fuori dall’aula questi aspetti.

 

… E si perde il contatto con loro…

Esatto. Se si vuole migliorare il rendimento, bisogna partire dalla loro visione del mondo, dai motivi per i quali a loro interessa venire a scuola. Hanno bisogno di docenti che non siano “adulti giudicanti”, ma “mediatori creativi”, che li aiutino ad approfondire e affrontare in piccoli gruppi, tra di loro, incertezze e attriti della vita quotidiana, a scoprire punti di vista differenti, tracciando nuovi percorsi che coniughino crescita personale e impegno scolastico. Solo così avranno la serenità e la fiducia in se stessi, necessarie per studiare in modo più efficace anche le materie tradizionali. Altrimenti si chiudono, sviluppano ansia e depressione o diventano furie.

     Ma gli adolescenti sono in grado di fare questo?

Sono bravissimi. Hanno un desiderio di riuscire più alto di quello che noi adulti pensiamo. Quando lavorano fra pari, l’ascolto attivo viene più naturale e allora non dimenticano più, anche facendo attività di co-lezione e ricerca.

     Della “buona scuola” di Renzi che mi dice?

Meglio di quanto emerso nel dibattito politico. Più spazio a musica e teatro è fondamentale. Poi c’erano due cose buone di cui non sento più parlare: l’utilizzo dei docenti migliori come formatori dei propri colleghi e l’abolizione in ogni istituto, a valle di processi partecipativi diffusi, delle regole che impediscono una visione più manageriale e il confronto creativo. Aver poi demonizzato la figura del preside come “padre-padrone” è stato un errore: il dirigente deve essere leader facilitatore e se la sinistra non ha il coraggio di dirlo, è conservatrice. Sul tema dell’autonomia, è mancata invece chiarezza e per questo nel libro cito il caso emblematico della Finlandia.

     Da dove si può partire per cambiare?

Dall’organizzazione degli spazi. Direi di sguinzagliare la fantasia, usando i corridoi in modo diverso e, al posto delle file di banchi, creare dei circoli, che favoriscono anche la circolazione di idee. Se sto in cattedra è difficile poi non assumere un certo atteggiamento... In sintesi: smettere di parlare e spostare i mobili!



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La scuola impari ad ascoltare e "attivare" - Intervista a Marianella Sclavi (pubblicata sul Giornale di Brescia il 13 settembre 2015)
GdB Intgervista a MARIANELLA SCLAVI 2015
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