Stefano zamagni: L'economia dei bambini

 

 

Vedere l’economia dalla prospettiva di un bambino che oggi nasce in Congo, o di una bambina che nascerà in Europa tra vent’anni.

E’ questo il compito etico che attende lo studioso di economia, secondo il noto economista Stefano Zamagni, in libreria con “L’economia civile” (Il Mulino, 2015, pp.135, € 11), scritto a quattro mani con Luigino Bruni, altro riferimento obbligato in Italia su questi temi.

     Professore, cosa c’entrano i bambini con l’economia?

I bambini hanno il diritto di porre domande più profonde sul nostro modello di sviluppo e sui nostri stili di vita, perché le nostre non-domande di oggi stanno rendendo difficile la loro vita, la stanno modificando, a volte in meglio ma altre in peggio, senza che loro possano parlare.

     Che cosa è “etico” in economia?

I mercati reali, a differenza di quelli descritti in gran parte dei libri di testo, non sono mai luoghi eticamente neutrali. Se finanza e mercati non creano valore e valori, se non creano lavoro, se non rispettano e si prendono cura dell’ambiente, sono semplicemente incivili: distruggono l’economia e le civiltà, come continuiamo a vedere anche in questa epoca di crisi. L’economia di mercato sopravvivrà alla crisi solo se sarà capace di andare oltre questo capitalismo individualistico-finanziario, verso un’economia civile e civilizzante.

     Ci spieghi allora che cos’è l’Economia civile…

Non è alternativa a questo capitalismo. È un laboratorio, di prassi e di teoria, per provare almeno a immaginarlo, un processo inclusivo, aperto a coloro che non sono contenti del capitalismo finanziario e che cercano un pensiero più profondo. E’ fondata sulla persona e non sull’individuo, sulla ricerca della felicità pubblica e non su quella compulsiva della ricchezza, che sta distruggendo beni economici fondamentali come i beni relazionali, comuni e di gratuità. E’ fondata sulla reciprocità dell’incontro.

     Lei non crede che partire dall’altruismo sia troppo forte per cambiare le cose?

Guardi che lei si sbaglia. L’altruismo, in cui io sacrifico il benessere mio per altri, non c’entra con la reciprocità e con l’economia civile. Il contrario di altruismo è egoismo, su cui è fondata l’economia attuale. Io invece parlo di reciprocità, ovvero l’idea di un mutuo vantaggio. La reciprocità dice: mi metto insieme per produrre valore. L’Economia civile è contraria sia alla donazione senza scambio sia allo scambio senza donazione. Lo scambio senza reciprocità distrugge alla lunga il mercato. È la reciprocità, che è visibile, a costituire la controparte teorica della mano invisibile dello scambio.

     L’economia civile “funziona” soprattutto nel terzo settore?

No. Non è un nome diverso per l’economia del non profit o del terzo settore, perché coinvolge e si rivolge all’intera economia. Pensi che è nata in Italia da Antonio Genovesi, nella Napoli del ‘700, ed ha espresso nomi illustri, prevalentemente economisti applicati, tra cui gli artefici del movimento cooperativo italiano. A Brescia basterebbe citare Giuseppe Tovini.

     Quando parla di sussidiarietà, lei aggiunge che deve essere “circolare”. Cosa intende?

La sussidiarietà tradizionale prevede una cessione di quote di sovranità dallo Stato a enti inferiori (verticale) o a soggetti della società civile (orizzontale). La sussidiarietà circolare, invece, usando uno slogan, afferma che «faccia lo Stato assieme alle imprese e ai soggetti non profit». Si tratta di una condivisione di sovranità, che fa fatica a farsi strada, ma che si sta affermando a macchia di leopardo anche in Italia.

     Un esempio concreto?

Beh, uno dei tasselli che va in quella direzione sono le Fondazioni di comunità, che hanno attecchito proprio in Lombardia e anche a Brescia.

     Perché il PIL è un concetto superato?

Perché misura solo la ricchezza economica di un Paese, lecita o illecita che sia, trascurando che il benessere umano integrale è un concetto molto più ampio. Al PIL, migliorato, vanno affiancati nuovi indicatori, che si soffermino su altre dimensioni di benessere, soprattutto quelli ambientali e relazionali, che non misurino solo o prevalentemente flussi, ma stock, capitali e patrimoni, che calcolino il Valore come il frutto delle relazioni tra l’impresa, le persone e i territori. Quello che manca è una “metrica del Valore”, in assenza della quale, l’economia ragiona solo sul PIL e l’azienda si concentra solo sul profitto.

     Cosa si sente di dire a un giovane oggi?

Gli direi prima di tutto di smettere di essere individualista: chi ha sperimentato la reciprocità, la mutua fiducia e il gioco di squadra, anche quando è in difficoltà trova le porte aperte. Poi, dopo la laurea, gli consiglio di studiare, studiare e studiare, perché il capitale umano si accumula così. Infine, lo invito a coltivare il seme della speranza, la “Virtù bambina”, come diceva Peguy, che traina le altre virtù e che si accresce meditando.



STEFANO ZAMAGNI (1943), uno dei più conosciuti economisti italiani, ha insegnato in diverse università e istituti di ricerca in Italia e all’estero. Dal 2007 al 2011 (governo Prodi) è stato presidente dell'Agenzia per le Onlus, un ente governativo in materia di non profit. Nel 2013 è stato nominato da Papa Francesco membro della Pontificia Accademia delle Scienze.

LUIGINO BRUNI (1966) insegna Storia del pensiero economico alla LUMSA. Economista con interessi in filosofia e teologia, è editorialista di Avvenire. Insieme a Stefano Zamagni è promotore e cofondatore della SEC - Scuola di Economia Civile (www.scuoladieconomiacivile.it) con sede a Loppiano (FI).

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Un sistema etico deve dare risposte ai bambini di oggi e di domani (Intervista pubblicata sul Giornale di Brescia il 15 novembre 2015)
GdB Intervista a STEFANO ZAMAGNI 2015_14
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