Ugo Mattei

Intervista a Ugo Mattei

È professore di diritto internazionale comparato all'Hastings College of the Law dell'Università della California a San Francisco, e di diritto civile all'Università di Torino. Ha studiato e insegnato in tutto il mondo, da Ovest a Est, ma il cuore della sua attività batte per i Beni Comuni, sui quali scrive per i quali milita concretamente. Redigendo nel 2009 insieme ad altri giuristi, ad esempio, i quesiti referendari contro la privatizzazione dell'acqua.


Lei afferma che nel diritto non si è ancora affermato il paradigma ecologico. Perchè?

L’attuale struttura giuridica è improntata a una visione meccanicistica, basata sulla concentrazione di potere e sull’esclusione, che vede gli individui singolarmente intesi. Inoltre, limita fortemente la capacità di prendere in considerazione l’effetto delle attuali decisioni economiche sulle generazioni future o i costi reali di attività insostenibili per la comunità. Questo modo di pensare e agire ha avuto, ed ha, pesanti ripercussioni nella crisi di questi anni.

Per questo serve un cambio di paradigma?

Sì, incentrato su una realtà sociale non vista come aggregato di singole “particelle”, bensì come insieme di reti sociali e comunità. Il diritto, in questa visione, non è una struttura oggettiva per soli addetti ai lavori, bensì il frutto dell’impegno dei cittadini attivi e delle comunità giuridiche, poiché le regole giuridiche sono il frutto della loro auto-organizzazione.

Vuole sintetizzarci allora che cos’è l’Ecologia del diritto?

E’ un ordinamento giuridico coerente e rispettoso dei principi dell’ecologia; non una sfera sociale a sé stante, indipendente dalla politica, dall’economia, dalla giustizia, dalla religione, dalle norme di comportamento socialmente accettabile, dalla moralità e via dicendo. Implica un processo di trasformazione delle istituzioni giuridiche da macchine di estrazione – che si fondano sul funzionamento meccanicistico della proprietà privata e dell’autorità statale – a istituzioni basate sulle comunità ecologiche, orientate a una qualità della vita inclusiva e generativa, che preserva la natura nell’interesse delle generazioni future.

Da dove dovrebbe partire la rivoluzione del diritto?

 

Dalla conoscenza e dalla tutela dei beni comuni, ambientali e culturali, di cui le comunità devono prendersi cura. E’ un’impresa ardua, me ne rendo conto, ma è l’unica rivoluzione possibile per il futuro del Pianeta. E’ un’impresa collettiva, indipendente da razza, classe o genere, che richiede però un’alfabetizzazione ecologica di base, nonché la comprensione della natura e del funzionamento del diritto nel mondo odierno. Dobbiamo apprendere dalla nostra storia e considerare scienza e diritto entrambi artefatti culturali, imprese collettive, parte del viaggio affascinante e meraviglioso dell’umanità.