Carlo Cottarelli

 

Ha il record (salvo smentite) dell’incarico più breve come Presidente del Consiglio incaricato “con riserva” dal Capo dello Stato italiano (4 giorni). Ma Carlo Cottarelli resta, comunque, l’”uomo dei conti pubblici”. Quello che fu incaricato da Renzi di usare le forbici, agendo su sprechi e burocrazia. E che – a dispetto dell’ingrato lavoro che fece - raccogliendo dati, tirando righe e, soprattutto, pestando piedi - durò anche molto: un anno tondo tondo. Per poi ritornare da dove era venuto: al Fondo Monetario Internazionale. 


L’ultimo volume che ha scritto, “I sette peccati capitali dell’economia italiana” (Feltrinelli, pp.175, € 15)  è la terza puntata su questi temi. Illustrati grazie a una speciale dote “didattica”. L’abbiamo intervistato, grazie alla sua consueta gentilezza d’altri tempi, all’ombra del Torrazzo della “sua” Cremona.  

Da dove viene la sua “fissazione” sui conti pubblici? E’ un’eredità familiare da onorare (il papà era dirigente pubblico, ndr), o la sua “via” per dare un senso alla vita? In realtà questo libro parla poco di conti. Io cerco di affrontare in termini più generali i temi della crescita economica e dei fattori che la frenano.

Qual è l’accezione a cui ha pensato, “peccati capitali”, rispetto al titolo del libro: “Che peccato! Ho perso un’occasione e non la sprecherò in futuro”, oppure: “ho commesso un peccato, tanto poi vado a confessarmi”?

La seconda accezione, certamente. Ci si va a confessare, però, se ci si pente. E non mi pare che gli Italiani siano pentiti. Il libro è stato scritto per spiegare cosa non va e per dare un contributo alla necessità di cambiare.

Auto blu, vitalizi, pensioni d’oro,… tutte gocce nel mare dei conti che non vanno. Siamo proprio messi così male dal dover agitare solo i simboli, facendo finta che basti quello?

I simboli sono importanti. Ma non è solo questo. Se si chiede alla collettività un cambiamento si inizia a dare il buon esempio. Partendo dai vertici.

La rottamazione dei debiti che i cittadini hanno con Equitalia, di portata notevolmente superiore, è un invito alla collettività a dare il proprio contributo. Lei non crede che valga di più? La rottamazione delle cartelle Equitalia io non l’avrei fatta, perché premia chi non può, ma anche chi non vuole pagare. Non è un bel segnale. Ma non è un’idea nuova, sa? Ci sono illustri precedenti storici. L‘imperatore Traiano, per ingraziarsi le popolazioni delle province romane, fece bruciare nel Foro i registri delle tasse non pagate. Lui fu il primo, ma ne seguirono diversi altri…

Mi ha colpito il dato di un sondaggio che cita, secondo il quale oltre il 90% degli Italiani percepisce la corruzione come un fenomeno presente nel nostro Paese…

Su quel sondaggio qualcuno mi ha fatto notare che potrebbe essere “gonfiato” dal fatto che a noi italiani piace parlar male di noi stessi. E’ vero che non figuriamo bene e non soltanto a livello di percezione di corruzione, ma anche di esperienza diretta. Il problema c’è. E indica che abbiamo poca fiducia in noi stessi.

Lei afferma che molti “peccati” sono dovuti alla scarsità capitale sociale e umano di cui ogni nazione ha bisogno per non decadere a livello economico e istituzionale. Cosa ci manca? Siamo un Paese individualista, in cui mancano i valori di solidarietà e di senso civico che, nella Prima Repubblica, erano presidiati e alimentati dai due partiti principali. Sono valori che dobbiamo assolutamente recuperare, insieme a un sistema di educazione e istruzione di alto livello.  A queste condizioni riusciremo meglio  a “connettere i singoli peccati”, ovvero a cogliere meglio gli effetti che possono avere sulla nostra società, ora e in futuro. E a comportarci di conseguenza.

E sull’Euro che facciamo? Lei scrive che si può vivere anche senza Moneta comune…

Certo che si può vivere fuori dall’Euro. E all’inizio abbiamo anche l’impressione che tutto possa filare liscio, perché aumenta la competitività e il nostro export; ovviamente dovremo anche accettare, subito dopo, dei tagli agli stipendi. E poi ancora altri effetti…

 

Quindi che facciamo? A mio parere sarebbe un errore uscire dall’Euro. Ma se decidiamo di stare dentro dobbiamo attenerci alle regole: l’Italia, forse, ha preso un po’, per così dire, “sottogamba” questa scelta. E, infatti, stiamo assistendo a un distacco sempre maggiore dal Gruppo. Con il debito pubblico più alto d’Europa e il tasso di crescita superiore solo alla Grecia, occorre essere consapevoli  e fare le cose seriamente. Per evitare, ad esempio, che, combinando perdita di fiducia e attacchi speculativi, si possa arrivare a rischi di recessione.