Nicola Gardini

Intervista a Nicola Gardini

Dieci Parole (latine) a spasso nel tempo, dal luogo in cui sono nate, grazie ai grandi Autori classici, fino ai giorni nostri. Origini spesso insospettabili, a  voler guardare le metamorfosi etimologiche che hanno subito. A parte il caso, estremamente curioso, di “volvo”, lascia increduli l’avvincente evoluzione di “stilus” che, di opera in opera, da Plauto a Raffaello per arrivare a Proust e Italo Calvino – tanto per fare alcune tra le decine di citazioni - approda nello slang giovanile (stiloso). 


Classicista di prim’ordine, con notevoli doti di divulgatore, Nicola Gardini, docente a Oxford, ci racconta queste scorribande di parole in un volume piacevole e di grande valore, pubblicato da Garzanti, “Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo” (2018, pp.208, € 16). 

                   Professore, pensare alla metafora delle radici per il latino è fuorviante, vero? Decisamente. E’ come confinarlo sottoterra, renderlo storico nel senso di “superato”. Io penso al latino come a un albero, con radici salde, ma dotato di fusto, rami e foglie che tendono al cielo e che si espande in una foresta, per arrivare fino a noi. L’intento del libro è incuriosire quanto all’origine delle parole, chiarendo che le cose sono cominciate molto prima di quanto non sappiamo. 

                   Dica la verità: il latino come è messo?

In Italia molto meglio che in altri Paesi europei, obiettivamente, che pure sono altrettanto debitori di questa lingua. E questo grazie in primo luogo alla tradizione scolastica, soprattutto nei licei, anche se è sparito dalla scuola media ed è stato francamente un po’ marginalizzato nel liceo scientifico.

                    Lei ha scritto varie opere divulgative sul latino. Avverte un suo ruolo rispetto a questa lingua?

                     I miei interventi sul latino sono dovuti in primo luogo alla lungimiranza del mio Editore, come un contributo nell’ambito della crisi di tutto il sapere umanistico. Il mio impegno è trovare “parentele” tra registri espressivi e lessicali apparentemente inconciliabili. Vede, da decenni il latino è accusato di essere frutto di un sapere elitario e, in tempi demagogici recenti, di non promuovere l’uguaglianza, come se quest’ultima si dovesse misurare su un abbassamento di livello, piuttosto che su offerte più diffuse e articolate.

E poi c’è il sapere digitale, che è un problema.

                      In che senso?

Il computer è una grande scoperta, ovviamente. Una volta si lavorava sulla memoria personale, sulla fortuna o sul caso, mentre oggi abbiamo accesso in modo semplice e velocissimo ad archivi con grandi quantità di dati e informazioni. Il passato, però, non è solo un insieme di reperti o informazioni materiali, che raccogli, chiudi in un cassetto, e poi lo riapri e ritrovi intatto, quasi “mummificato”. Costruire il passato è riorganizzare il sapere, che è inevitabilmente connesso a un senso, che registra una propria evoluzione ed esprime una diversa sensibilità. Ecco, io credo che è la capacità interpretativa quella che spetta a noi. E si sbaglia quando si pensa che possa farlo una macchina. 

                        Qual è il lavoro che dobbiamo fare sul passato? La memoria è civiltà. E, dunque, condizione indispensabile per esercitare autonomia e capacità di critica. Ecco perché sono convinto che più si lavora sul passato più si accede a un maggior livello di consapevolezza verso il futuro. E la consapevolezza non illumina solo una piccola zona di conoscenza, ma crea a sua volta altra consapevolezza e attiva ulteriori passi, in un movimento inarrestabile. Andare avanti include una comprensione sempre più raffinata e vasta del patrimonio passato.

Il suo libro si chiude con una dichiarazione d’amore… (sorride) Da bambino, la varietà delle lingue è stata per me fonte di grande fascino, forse per il mio bisogno di essere in comunicazione con tutti. Mi è rimasto il desiderio di conoscere le lingue, antiche  e moderne (anche il cinese, ndr). Certo, il latino come lingua scritta è eleganza, raffinatezza lessicale e sintattica, la piantina su cui sono state erette molte lingue nazionali, strutture, generi e valori. Ecco perché io lo definisco “la mappa delle mappe”.

 

 

 


Chi è Nicola Gardini?

Vita e opere di un eclettico italiano a Oxford. Vivace pittore (l’ultima mostra si è tenuta pochi mesi fa ai Frigoriferi Milanesi), Nicola Gardini è professore di letteratura italiana e comparata nell’Università di Oxford. E’ autore di romanzi, poesie e saggi letterari per Einaudi, Garzanti e Feltrinelli e collabora con il Corsera, il “Sole 24 ore” e il “Times Literary Supplement”. Numerose le traduzioni di poesia, in specie anglo-americana e latina, tra cui la recente traduzione completa delle poesie di Catullo. In ottobre uscirà anche il suo ultimo libro di poesie sul dipingere (Garzanti).