Bruno Codenotti

intervista a Bruno Codenotti

In genere gli esseri umani agiscono e prendono decisioni sulla base di informazioni incomplete. Le relazioni umane, siano esse collaborative, affettive o conflittuali, sono sempre più complicate e spesso scoprire cosa sanno gli altri oltre che cosa sappiamo noi, prima di decidere decisioni, può aiutarci in questo. Evitando conseguenze a volte disastrose.


Su questo tipo di interazione il bresciano Bruno Codenotti, trapiantato al CNR di Pisa dove è direttore di ricerca, dopo aver insegnato nelle università di mezza America, ha scritto un libro molto, molto particolare, “Io penso che tu creda che lei sappia. Logica e teoria della conoscenza” (Sironi Editore, pp.233, € 21,50). Data la complessità dei temi, gli ha dato una mano Claudia Flandoli, illustratrice-divulgatrice, che ha “tradotto” in modo efficace e divertente le varie situazioni raccontate.

Professor Codenotti, dunque un contributo sull’”amena” disciplina dell’epistemologia interattiva… E’ meno amena di quel che si pensi, sa? Si occupa della conoscenza sulla conoscenza degli altri, ed è sorta 50 anni fa dal confluire di indagini in filosofia, psicologia, economia e teoria dei giochi. Sono tecniche per orientarci in situazioni interattive complicate e controintuitive, in tutti gli ambiti: da quello bellico a quello politico o economico, ma anche a livello familiare e comunitario...

Sono proprio così concreti e vicini gli ambiti in cui la incontriamo?

Assolutamente sì. Il linbro è un continuo ricorso a esempi e aneddoti di vita quotidiana, antica e contemporanea, in cui analizziamo reti sociali molto diverse tra loro: piccole comunità famigliari, scolastiche o lavorative, eserciti ed economie globali, amici in dialogo... Gli esempi narrati e illustrati sono stati il terreno adatto per situazioni interattive in cui i singoli, per decidere come comportarsi, dovevano farsi domande sugli altri, in particolare sulle informazioni a disposizione degli altri. Pensi anche solo ai dibattiti pubblici: spesso ascoltiamo parole senza capire cosa si muova dietro le quinte. Quando dominano il “non detto” e le allusioni, è arduo dare una valutazione dall’esterno circa le posizioni espresse.

Che cosa ci manca principalmente quando dobbiamo prendere una decisione? Spesso siamo semplicemente frenati dai nostri schemi mentali, che non prevedono un accurato esame del punto di vista degli altri. Sono diversi i livelli di conoscenza nelle interazioni: ciò che crediamo di sapere, ciò che sanno gli altri, ciò che sappiamo veramente, ecc... Alice nel paese elle meraviglie ce lo insegna: per risolvere le “strane tabelline”, abbiamo dovuto correggere la nostra reazione istintiva, allontanandoci dall’abitudine, che ci porta a dare per scontato l’uso del sistema decimale.

E’ Sherlock Holmes, però, il vero eroe del libro… Il suo approccio, in effetti, è perfettamente coerente con questi temi. «Mi sono allenato a notare ciò che vedo», afferma, sottolineando la differenza tra sapere qualcosa e sapere di saperlo. Quando osserva che «non c’è nulla di più ingannevole di un fatto ovvio», sappiamo che ci sta suggerendo di non dar niente per scontato e di fare attenzione a ciò che ci sembra sotto il nostro controllo. E così, quando è alle prese con Moriarty, non si premura solo di acquisire informazioni di contesto, quanto di mettersi nei suoi panni, cercando di prevenirne, quindi, le sue mosse.

L’avvento di internet e dei social network, immagino, non ha semplificato l’interazione umana… Direi di no, al di là degli innegabili vantaggi. Pensi a ciò che sta avvenendo riguardo a Facebook (e a molto altro ancora, di cui non sapremo mai nulla) e alla manipolazione informativa globale. Più informazioni crediamo di avere a disposizione, più abbiamo la percezione di avere il controllo per decidere in modo consapevole e corretto. E abbassiamo le difese, evitando di approfondire in modo autonomo e controllando le fonti. E’ l’esplosione delle scelte fatta su base ovvia e automatica. Ciò che Holmes non farebbe mai. Vale invece il principio che pochi cittadini con una rete di conoscenze opportunamente distribuita - nel volume cito un ipotetico referendum e il dilemma di alcuni generali bizantini - sono in grado di dare l’impressione di essere nettamente in maggioranza, nonostante la realtà dei numeri sia diversa. Influenzando, così, le decisioni.

 

Che cosa ci resta, allora? Guardi, il mio compito da alcuni anni è quello di girare tra gli studenti nelle scuole. Il libro nasce anche dai loro stimoli e provocazioni. Io li invito e li sfido. Voglio provocarli sul fatto che vivono dentro i soliti schemi mentali, anche se hanno forme e tecnologie differenti, entro i quali si sentono forse più sicuri. In fondo, il percorso sulla teoria della conoscenza che propongo è un inno alla libertà intellettuale: per ragionare correttamente bisogna mettere a dura prova anche la nostra volontà e allenarla a esercitare il pensiero, consapevoli che spesso richiede un allontanamento dalle abitudini, dall’ovvio o dalla maggioranza.